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Autore: Giorgio Banaudi

Ripristinare la vita in mezzo alle rovine

Ripristinare la vita in mezzo alle rovine

Articolo pubblicato il 9/3/25 su CNEWA, Catholic Near East Welfare Association (agenzia pontificia di aiuto umanitario e pastorale all’Africa nord-orientale, al Medio Oriente, all’Europa orientale e all’India), nostra traduzione.

Il dottor Nabil Antaki tra le macerie di Aleppo causate dal terremoto di magnitudo 7.8
che ha colpito la città nel 2023. (Foto: Dr. Nabil Antaki)

Nota dell’editore: La caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria l’8 dicembre 2024, dopo quasi 14 anni di guerra civile, è iniziata poco dopo le proteste pro-democrazia e anti-Assad della primavera araba del 2011. La guerra ha ucciso più di 606.000 persone, tra cui 159.774 civili, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani. La guerra portò anche a migrazioni di massa. Alla fine del 2024, il numero di rifugiati siriani era di circa 5,5 milioni e più di 7,4 milioni di persone erano ancora sfollate interne. I gravi danni arrecati alle infrastrutture e alle istituzioni, aggravati dalle sanzioni occidentali, hanno lasciato la popolazione vulnerabile e priva dei servizi sociali di base.
Non è chiaro cosa riservi il futuro ai siriani, in particolare ai cristiani, nel mutevole panorama politico. Il gruppo militante islamico Hayat Tahrir al-Sham ha nominato un nuovo primo ministro a capo del governo di transizione siriano senza consultare il consiglio nazionale, sollevando interrogativi sulla direzione del governo. Inoltre, la svalutazione della sterlina siriana ha aggravato i problemi affrontati dai siriani in questo periodo di transizione.
In questa Lettera dalla Siria, il Dr. Nabil Antaki scrive del cattivo stato dell’assistenza sanitaria in Siria dall’inizio della guerra civile e delle sfide che persistono oggi. Il dottor Antaki è un medico e membro dei Maristi Blu, un apostolato laico cattolico che fornisce assistenza sociale ai siriani in difficoltà, finanziato in parte da CNEWA-Pontificia Missione.

Quando ho terminato la mia borsa di studio in Canada dopo essermi laureato alla St. Joseph’s University School of Medicine di Beirut, io e mia moglie abbiamo deciso di tornare ad Aleppo, la mia città natale in Siria. Abbiamo pensato, giustamente, che saremmo stati più utili ai siriani malati che in Canada.
Per anni ho praticato la medicina in condizioni accettabili per me e per i miei pazienti. Poiché non esisteva un’assicurazione sanitaria, l’assistenza medica era privata. I pazienti pagavano di tasca propria. Per quanto riguarda i poveri, li abbiamo curati gratuitamente nelle nostre istituzioni cristiane o sono andati negli ospedali pubblici, che sono anch’essi gratuiti.

I siriani della campagna di Aleppo arrivano a Tabqa, a circa 97 chilometri a sud-est, il 3 dicembre 2024, dopo essere fuggiti dai gruppi ribelli anti-Assad che hanno conquistato Aleppo una settimana prima. (Foto: OSV News/Orhan Qereman, Reuters)

Nel 2011 è scoppiata la guerra in Siria. Bombe e cecchini hanno seminato il caos. Decine di persone venivano uccise ogni giorno, centinaia venivano ferite da proiettili o schegge e molti ospedali venivano distrutti o danneggiati. I civili feriti a causa della guerra sono morti per mancanza di cure e per il sovraffollamento nei pronto soccorso degli ospedali pubblici ancora operativi. Per questo, con i Maristi Blu ho iniziato il progetto “Civili feriti di guerra” per curare gratuitamente i civili feriti nel miglior ospedale privato di Aleppo, dove lavoravo.
I chirurghi si offrirono volontari per curare i civili feriti e l’ospedale accettò tariffe ridotte. I miei colleghi medici hanno svolto un lavoro eroico, trascorrendo notti in ospedale vicino a pazienti in condizioni critiche o dirigendosi verso l’ospedale sotto le bombe che cadevano e i colpi dei cecchini. Per anni abbiamo curato gratuitamente decine di migliaia di feriti e salvato la vita a centinaia di altri.
Quando i combattimenti sono cessati, abbiamo scoperto una situazione umanitaria, sociale e sanitaria catastrofica: ospedali distrutti, personale medico molto a causa dell’emigrazione, inflazione galoppante e povertà estrema. Più del 90% della popolazione viveva – e continua a vivere – al di sotto della soglia di povertà e non riusciva ad arrivare a fine mese. Dopo le bombe militari, è esplosa la bomba della povertà e i suoi effetti continuano ancora oggi.
Le persone non potevano più prendersi cura di se stesse. Il loro reddito, se c’era, era insufficiente per pagare trattamenti, farmaci o interventi chirurgici.
In risposta a questa situazione, i Maristi Blu, insieme ad altre associazioni cristiane, hanno lanciato un progetto per aiutare le persone in cerca di cure mediche. Abbiamo raggiunto accordi con ospedali, medici e chirurghi per ottenere tariffe agevolate e pagarli direttamente per le loro prestazioni. Senza questo aiuto, anche una persona con un reddito medio non sarebbe in grado di far fronte alle spese. Una piccola procedura, come la rimozione della cistifellea, costa circa 6 milioni di sterline siriane (475 dollari), mentre lo stipendio medio mensile è di circa 600.000 sterline siriane (46 dollari) o anche meno.
Ricordo Jeannette, vedova con quattro persone a carico. Non aveva reddito e aveva bisogno di un’operazione a cuore aperto, che è costata 100 milioni di sterline siriane (circa 8.000 dollari). Anche se la nostra associazione non poteva coprire una tale somma, la Provvidenza – che non ci ha mai deluso – ci ha inviato due donatori stranieri che hanno coperto ciascuno la metà dei costi.
Penso a M.K., un ragazzo di 13 anni che è nato senza braccia. Durante la guerra, nel 2015, una mina è esplosa mentre lui e la sua famiglia fuggivano dall’ISIS. M.K. è stato colpito e ha dovuto subire l’amputazione delle gambe. Le loro esigenze mediche sono immense. I Maristi Blu si presero cura di lui e lui è diventato il mio protetto.

Immagine della capitale siriana, Damasco, poche ore dopo l’ingresso dell’opposizione siriana e il crollo del regime di Assad l’8 dicembre 2024. (Foto: Ahmad Fallaha)

Per ricevere prestazioni mediche, i malati sono costretti a chiedere a varie associazioni cristiane di coprire i costi delle loro cure. Ogni organizzazione – il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, la Caritas, l’Assemblea dei Vescovi Cattolici in Siria e i Maristi Blu – contribuisce a coprire parte dell’importo. I Maristi Blu ricevono il sostegno del CNEWA, che fornisce una buona somma mensile per l’assistenza sanitaria. Tuttavia, i fondi che riceviamo sono chiaramente insufficienti dati gli immensi bisogni della popolazione.

Inoltre, le infrastrutture mediche della Siria sono inadeguate, insufficienti e obsolete. I nostri dispositivi sono vecchi e non possono essere sostituiti per mancanza di risorse, anche a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea…

L’8 dicembre 2024 il regime di Bashar al Assad è stato rovesciato da Hayat Tahrir al Sham, un gruppo ribelle jihadista islamico. Se il popolo si sente sollevato per la caduta di un regime autocratico di lunga durata, i cristiani siriani rimangono preoccupati, poiché non vogliono vivere in uno stato islamico sotto la legge islamica.

La popolazione cristiana è stata particolarmente colpita dalla guerra civile e dalle sue conseguenze, passando da quasi 2 milioni nel 2011 ai circa 500.000 di oggi. La popolazione totale in Siria è di circa 23 milioni. I Maristi Blu vogliono aiutare i cristiani a rimanere nel Paese e a non emigrare. Sarebbe un vero peccato se la Siria, culla del cristianesimo, si svuotasse dei suoi figli cristiani.

Visita pastorale di Monsignor Vaccari in Siria, dicembre 2022. Guardando la distruzione a Homs. (Foto: CNEWA Beirut)

Attualmente ci troviamo di fronte a tre sfide per quanto riguarda ‘assistenza sanitaria del paese. In primo luogo, dobbiamo migliorare le condizioni di vita delle famiglie, perché la povertà aggrava le malattie e impedisce alle persone di cercare cure. In secondo luogo, dobbiamo garantire l’occupazione e redditi migliori per le persone. Questo non può essere fatto senza miglioramenti nel settore economico, e l’economia può crescere solo se le sanzioni internazionali vengono revocate. In terzo luogo, dobbiamo continuare ad aiutare le persone a ricevere cure, il che richiede maggiori risorse finanziarie e la sostituzione dei nostri dispositivi medici vecchi o inutilizzabili.

Il cambio di regime finora non ha influito sull’assistenza sanitaria. Ci troviamo di fronte alle stesse sfide e difficoltà di prima. L’unica buona notizia è che il 6 gennaio gli Stati Uniti hanno deciso di revocare alcune delle sanzioni sull’assistenza sanitaria.

Attualmente, sono esausto e pessimista. La popolazione è esausta. Quattordici anni di conflitti, privazioni e scarsità, povertà e crisi economica – oltre a un catastrofico terremoto nel 2023 e alla costante minaccia dei jihadisti islamici – hanno infranto le speranze della gente. Alcuni cristiani siriani credono ormai che la speranza in Siria sia morta e sepolta.
Quanto a me, conservo nel profondo del mio essere una fiamma di speranza che non si spegne definitivamente: è radicata nella mia fede cristiana. Questa piccola fiamma di speranza mi dà forza quando tutto intorno a me trema.
Mi dice che, alla fine delle tenebre, ci sarà la luce.
Pregate per me, pregate per noi, pregate per la Siria.

Il dottor Nabil Antaki è un medico e rappresentante dei Maristi Blu di Aleppo.

San Leone Magno: civico giusto.

San Leone Magno: civico giusto.

La storia millenaria di Roma è un tesoro così ampio e rigoglioso che mette a dura prova la memoria e ogni tentativo di catalogazione. E proprio questa sua esuberanza comporta la necessità di mettere in secondo piano tanti eventi, fatti, persone… Ma a forza di sistemare le cose nel retro, pian piano ci si scorda delle cose. E dimentichiamo persino che viviamo più di memoria che nel presente; ben vengano allora le iniziative che riscoprono e rendono attuali certi episodi del nostro passato recente.

Venerdì 7 marzo al San Leone Magno si è celebrato un bel recupero del passato, grazie alla ricerca e al lavoro documentale dell’associazione culturale Civico Giusto (qui una rapida presentazione). Nel lavoro di ripristino della memoria svolto da questa associazione romana si è voluto sottolineare un episodio che per la nostra scuola del San Leone Magno è pagina ben nota, parte consolidata di quella tradizione marista dell’accoglienza dei più fragili che ritroviamo ancora oggi nel rinnovato impegno a fianco degli ultimi, dei migranti, delle famiglie in situazioni critiche, degli sfollati… (non è certo un caso se oltre alla scuola stiamo assistendo ad un forte impulso e crescita delle nostre opere sociali…)

La storia che si riporta alla memoria è legata al periodo della seconda guerra mondiale, quando a Roma le leggi razziali intensificano gli episodi di deportazione degli ebrei. Da un lato quindi la norma, la legge esplicita che impediva di accogliere o aiutare queste persone, sull’altro versante l’esigenza del Vangelo, in chiara controtendenza. Scelta difficile e rischiosa, ma sappiamo cosa decise fr. Alessandro Di Pietro, che in quei difficili momenti era il direttore del San Leone Magno e della comunità dei fratelli.

In molti lo abbiamo conosciuto e apprezzato per le sue tante doti umane e per il suo impegno come marista; solo verso la fine della sua vita è arrivato il riconoscimento come “Giusto tra le nazioni”, quando lui si trovava nella comunità dei fratelli anziani di Carmagnola.

A smuovere le acque era stato proprio uno di questi ragazzi ospitati nel vecchio San Leone Magno (quello di via Montebello, sulle mura aureliane), il dott. Minerbi che proprio all’inizio del nuovo millennio ha chiesto e ottenuto dallo Stato di Israele che fr. Alessandro venisse dichiarato “Giusto tra le nazioni”. Anche per lui e per la comunità dei fratelli che fr. Alessandro rappresentava, è stato piantato un carrubo nel parco dello Yad Vashem di Gerusalemme.

Una pianta paziente, il carrubo; nel Talmud si racconta che il saggio Ḥoni vide un uomo piantare un carrubo e gli chiese:
“Fra quanto tempo darà i frutti questa pianta?”
E l’uomo rispose: “Fra settant’anni.”
“E tu allora, pensi di vivere abbastanza per mangiarne i frutti?” gli chiese Honi.
Ma l’uomo rispose: “A dirti il vero non lo so, però ti posso dire che io ho trovato dei carrubi piantati dai miei antenati; così ho deciso anch’io di piantarli per i miei discendenti.”
(tratto dal Talmud Bavli, trattato Ta’anit 23a)

E di questi frutti ci stiamo ancora nutrendo, visto che proprio nel 2019, sempre a ricordo di questa esperienza luminosa ma non priva di rischi, il SLM è stato insignito anche dell’onorificenza House of Life (come si puó leggere sulla lapide nel cortile d’ingresso). A conti fatti, i 70 anni sono arrivati e i frutti continuano a maturare!

Bello allora concludere con la visione di questo video, intenso e suggestivo:

Arrivederci, fr. Martino

Arrivederci, fr. Martino

Da pochi mesi era rimasto lui a sventolare la bandiera, come fratello marista più anziano di tutta la congregazione; aveva festeggiato i 101 anni con una discreta baldanza, nel giorno stesso del suo onomastico, l’11 novembre, regalandoci ancora qualcuno dei suoi pensieri e delle sue battute. Gli anni c’erano tutti e affrontava con tenerezza ogni nuovo giorno, cancellando con calma gli ultimi eventi trascorsi e ricordando, quando lo stuzzicavano, gli anni belli passati a Ventimiglia, a Velletri, a Carmagnola…

Per lui parlava il sorriso.

Fr. Martino Tilia ci ha lasciato nelle prime ore dell’8 febbraio; da un paio di giorni era ricoverato in ospedale per l’aggravarsi della sua situazione, ma siamo contenti che fino alla fine dei suoi giorni ha sempre potuto condividere la vita comunitaria senza particolari intoppi.

Molti di noi hanno condiviso con lui una bella parte della propria formazione marista, perchè quasi tutta la sua vita si è dipanata all’interno delle case di formazione: Fiuggi, Manziana, Velletri, una rapida presenza a Giugliano e poi a Carmagnola, prima come valido aiuto per le tante incombenze della casa e poi come sereno ospite della casa per i fratelli anziani.

Persona pratica e amante della campagna, lo ricordiamo sempre sorridente e capace di risolvere in modo allegro e fraterno le difficoltà che in ogni vita, anche quella comunitaria, si possono raggrumare. Il suo “ufficio” era una rara sintesi tra il magazzino, la dispensa, una raccolta di sementi, l’arca di Noè e il deposito di riviste e pubblicazioni dei suoi tanti interessi, dalla Vita di Campagna a Mistica rosa…

Aperto alle innovazioni e agli esperimenti (come dimenticare la sua passione per i kiwi e la sua intraprendenza nell’introdurli a Velletri); concreto ed accogliente, quante persone hanno trovato riparo nel suo porto fraterno durante le burrasche della vita quotidiana o spinte dai rimbrotti severi e talvolta aspri dei formatori, che lui smontava bonariamente e con quel pizzico di sapienza contadina che lo rendeva così simpatico e ambito.

Il funerale è stato celebrato a Carmagnola il 10 febbraio, presso la cappella della Comunità. La salma è poi stata tumulata il giorno seguente nella cappella del Verano, vicino ai tanti fratelli maristi della nostra famiglia del cielo.
Condividiamo anche le intenzioni dei fedeli che sono state proclamate durante la celebrazione.

e raccogliamo alcuni dei momenti significativi di Martino in questo album fotografico

Non solo scuola, davvero

Non solo scuola, davvero

Chi conosce i Maristi li associa senza troppi sforzi alle scuole, anche in Italia uno pensa rapidamente ai luoghi principali, dal San Leone di Roma allo Champagnat di Genova, da Giugliano a Cesano; scuole dall’infanzia al liceo, da oltre 100 anni.

Ma questo abbinamento comincia a rivelare chiaramente dei limiti, ci sta davvero stretto, perchè è ormai da tempo che alle scuole si sono affiancate numerose altre iniziative; solo in Italia passiamo dal centro diurno dell’Albero (dal 2001), al Ciao di Siracusa (dal 2019), alla comunità alloggio M. Champagnat di Giugliano (2021), senza dimenticare le tante altre iniziative.

Per seguire meglio queste attività, riunite sotto il titolo di “opere sociali” `si è pensato da tempo ad una realtà più snella e adeguata, una fondazione che potesse, ad esempio, rientrare nel novero delle ong, partecipare anche ai bandi per progetti nell’ambito sociale; è nata proprio per questo la Fondazione Siamo Mediterraneo, attiva dal 2021.

La stessa realtà la possiamo notare anche nella parte spagnola della provincia marista mediterranea, dove le opere sociali sono in costante crescita (una sta sorgendo in questi giorni nei pressi di Algemesi e la prossima è prevista entro l’anno ad Alicante); nessuno si meraviglia che il numero di opere sociali sta superando quello delle scuole. E in tutte queste attività la presenza dei maristi di Champagnat e dei volontari è la norma costante, qualche fratello è comunque presente, ma la stragrande maggioranza è composta di laici, tutti animati dal carisma di Marcellino, che fin dai primi tempi, oltre alla realtà delle scuole, aveva già avviato altre realtà parallele, sempre con l’obiettivo di affrontare emergenze concrete.

Oggi le nostre opere sociali spaziano dai bambini ai migranti, dalle fasce vulnerabili alle persone in difficoltà sociale, senza disdegnare chi sta seguendo percorsi di rieducazione.

A gennaio si è tenuto a Madrid un incontro dei coordinatori delle opere sociali spagnole, quasi 30 persone impegnate nella gestione delle diverse realtà, anche in questo caso riunite nella Fondazione Marcellino Champagnat.

E tra pochi giorni, sabato 8 febbraio, ci sarà un incontro per i tanti volontari che partecipano in vario modo alla crescita e al cammino di queste iniziative; siamo già al terzo anno e sarà un doppio incontro, uno con sede a Siviglia e l’altro a Denia. E proprio in quest’ultima località saranno presenti per la prima volta anche volontari italiani, insieme al Responsabile dell’Equipe di Solidarietà, Gianluca. Per avere altre informazioni o contatti basta scrivergli 2 righe all’indirizzo solidarieta@maristimediterranea.com.

Così tra pochi giorni ci racconterà come sono andate le cose.

E come promesso, ecco un bel reportage da questo evento, realizzato dagli amici del Ciao di Siracusa.

In cammino verso la santità: fr. Licarione

In cammino verso la santità: fr. Licarione

Vivamo un’epoca “interessante”, piena di conflitti, tensioni e situazioni incerte: Ucraina, Siria, Gaza, ma anche Mexico, Colombia… In tanti di questi luoghi i maristi sono presenti e cercano di continuare la propria opera educativa; è di poche ore fa la notizia di un nuovo fronte di rivolta apertosi nel cuore dell’Africa, Repubblica del Congo, e anche in questo luogo turbolento le nostre comunità e i fratelli maristi condividono con la popolazione le ansie e le incertezze.

Non sono purtroppo eventi rari o unici, sfogliando la nostra storia ne possiamo ricordare davvero tanti; e proprio ieri è giunta la notizia dal Vaticano della promulgazione del decreto che accerta il martirio del fr. Licarione, un giovane marista travolto dalla violenza anticlericale che aveva infuocato la Barcellona del 1909. Riprendiamo liberamente dal sito champagnat.org:

Papa Francesco ha autorizzato il 27 gennaio, la firma del decreto che riconosce il martirio del fratello Lycarion (Francisco Benjamín May), ucciso durante gli eventi noti come la “Settimana Tragica” del 1909, in Spagna. La promulgazione del decreto da parte del Dicastero per le Cause dei Santi riconosce questo importante passo nel processo di beatificazione e conferma la sua dedizione totale al Vangelo e la sua testimonianza di fede fino alle sue ultime conseguenze.

Invitiamo tutte le nostre comunità e gli amici a unirsi a noi per celebrare questo evento così significativo. Questo riconoscimento ci incoraggia a rafforzare il nostro impegno verso i valori evangelici che il Fratello Licarione ha vissuto con tanta intensità.

Il Fratello Licarione (al secolo: Benjamín May, nato in Svizzera) fin da giovane mostrò un cuore generoso e aperto alla volontà di Dio. Entrò nella congregazione marista stimolato dal clima comunitario che aveva scoperto da giovane, verso i 13 anni e rimase contagiato dall’entusiasmo per la missione, decise così di dedicarsi all’educazione cristiana, e si distinse per la sua umiltà, lo spirito di preghiera e l’impegno nella formazione dei giovani. La sua missione lo portò in Spagna, dove continuò il suo lavoro educativo, dedito in particolare alle fasce più umili della popolazione, fino alla morte durante i tragici eventi del 1909 a Barcellona.

La causa di beatificazione del Fratello Licarione era iniziata nel 1966, quando la storia dei martiri della guerra civile riprese protagonismo e fu nominato protomartire dei nostri fratelli uccisi per la fede in quel periodo. Poco dopo, insieme alle altre cause spagnole, questa causa si fermò, poiché si temeva che potesse essere strumentalizzata per fini politici. Nel 1992 fu possibile riprenderla grazie all’impegno del Postulatore, il carissimo fr. Gabriele Andreucci. Con l’approvazione di questo decreto, la Chiesa ha compiuto un passo decisivo per iscriverlo nell’elenco dei martiri.

Questo riconoscimento non è solo motivo di gioia per la nostra congregazione, ma per tutta la Chiesa, poiché mette in risalto la figura di un uomo che ha vissuto pienamente la sua vocazione come educatore e testimone dell’amore di Cristo. Il Fratello Licarione è un esempio di fedeltà e servizio in tempi difficili, e la sua vita invita tutti i cristiani a vivere la santità nelle circostanze ordinarie, anche nei momenti più difficili.

Qui di seguito riportiamo il link ad una rapida narrazione in italiano della vita di fr. Licarione, che contestualizza la vicenda nella sua epoca storica. Un testo più ampio, Fuoco e sangue nella scuola, in spagnolo, scritto dal fr. Antonio Estaùn, durante la pandemia, racconta nel dettaglio e con abbondanza di contenuto, l’intera vicenda.

A proposito di Siria: intervista a fr. George Sabe

A proposito di Siria: intervista a fr. George Sabe

Non è certo la prima volta che riportiamo notizie di prima mano dal panorama siriano; la presenza di fr. George Sabe nella città di Aleppo è per noi una testimonianza e una preoccupazione sempre viva. Alle sue lettere e ad altri interventi abbiamo dedicato una sezione di questo sito.
In questi giorni è uscita una sua intervista, pubblicata dal quotidiano spagnolo El Debate. La riportiamo in versione italiana per conoscere direttamente, da chi la vive, come sta evolvendo la situazione in Siria e quali scenari si prospettano in questo martoriato paese.

George Sabe, dei Maristi Blu di Aleppo:
“Spero che rimanga ancora qualche cristiano in Medio Oriente”

El Debate parla con uno dei fondatori dei Maristi Blu di Aleppo, la seconda città più grande del paese arabo, che ha vissuto in Siria dallo scoppio della guerra civile per oltre un decennio, per aiutare le famiglie sfollate e colpite durante il conflitto
Articolo di Andrea Polidura, Andrea Carrasco. Madrid – pubblicato il 13/01/2025


Il fratello marista George Sabe (Aleppo, 1951), fondatore dei Maristi Blu di Aleppo, sa bene cosa significhi essere cristiano in un paese a maggioranza musulmana. La sua famiglia è di tradizione maronita, una delle più antiche comunità della Chiesa orientale che ha origine ad Antiochia e si è stabilita principalmente in Libano, anche se si è diffusa in numerosi paesi limitrofi eanche in tutta la Siria – dove visse San Giovanni Marone. Per lui, in quanto cristiano nato al centro del mondo musulmano, la sua “missione nel mondo è quella di testimoniare il Vangelo”. Sabe ha sofferto in prima persona la guerra civile siriana, che dura da più di 13 anni, in una delle città che ha sofferto di più le devastazioni del conflitto, Aleppo.
Anche l’offensiva dei ribelli – guidata dal gruppo islamista Hayat Tahrir al Sham (HTS) – che ha posto fine a più di un decennio di dittatura della famiglia Al Assad lo ha toccato da vicino. La sua città natale è stata la prima a cadere nelle mani dei fondamentalisti. Un’avanzata fugace, con la quale le fazioni ribelli hanno raggiunto la capitale, Damasco, appena dieci giorni dopo. Sabe confessa di aver vissuto quei primi giorni dell’offensiva con “molta angoscia” perché “nessuno può abituarsi alla guerra”.
In perfetto spagnolo con accento francese, Sabe racconta di aver trascorso due anni a Balaguer (Lleida, Spagna) dove ha fatto il noviziato. Si trasferì poi in Belgio, dove si specializzò in psicologia e, al termine, fu nominato come rappresentante della comunità cristiana in Siria, Libano e Costa d’Avorio. È stato solo allo scoppio della guerra civile nel 2011 che è tornato ad Aleppo con l’obiettivo di aiutare il suo popolo. Durante questo periodo difficile, Sabe ha utilizzato anche lo strumento della scrittura e, attraverso le lettere, ha raccontato tutto ciò che stava accadendo in Siria. Tutte queste missive sono confluite nel libro Lettere da Aleppo che, scritto insieme a Nabil Antaki, riflette l’orrore di oltre un decennio di conflitto fratricida.


I Maristi Blu sono nati con lo scoppio della guerra in Siria, come avete vissuto tutti questi anni di incertezza?
La guerra era iniziata in Siria nel marzo 2011, ma non ha raggiunto Aleppo fino al giugno 2012. Questo ha sollevato una domanda importante per noi, se potevamo fare qualcosa per aiutare le persone. La risposta è stata molto positiva, molto dinamica. Dovevamo prenderci cura di quelle persone, portarle in salvo. Uscivano da un trauma molto forte dovuto al fatto che dovevano lasciare le loro case pensando che vi sarebbero tornati una settimana dopo. Ma la realtà non era così. Erano diventati sfollati. Abbiamo anche temuto per le nostre vite, abbiamo temuto di aprirci al mondo musulmano, proprio per aiutare il popolo musulmano. Anche loro hanno sofferto e abbiamo dovuto camminare giorno per giorno per vedere come potevamo aiutarli. Eravamo nel bel mezzo della guerra, con troppa poca luce per vedere il futuro.

Le differenze religiose vengono dimenticate di fronte a una guerra come quella in Siria?
La guerra ci ha insegnato che, se volevamo vedere il futuro di un paese, il futuro delle relazioni tra persone diverse, di credenze diverse, dovevamo fornire un servizio. Ascoltare, ascoltare la persona umana. Non considerare la persona come un numero, nemmeno per quanto riguarda la sua fede, ma solo come una persona che soffre. Le barriere religiose o di genere, o qualunque cosa siano, non dovrebbero impedirci di agire e mantenere una relazione; Soprattutto nell’ottica di un servizio. Parlo molto di servizio perché questa parola è ciò che portiamo alla persona umana e che la rende una persona con dignità.

Ci si abitua a vivere in guerra?
Mai, mai. Non ci si può abituare alla guerra. Non puoi perché la guerra uccide. Uccide il corpo, ma uccide anche lo spirito, uccide la speranza, uccide una visione chiara del futuro. La guerra è stata inventata per dividere le persone. Trasforma l’altro, non solo in un nemico, fa di lui una persona che merita di morire, che merita di scomparire.

Come ha vissuto quest’ultima offensiva dei ribelli che ha posto fine al regime di Assad?
Con molta angoscia. Davvero con molta angoscia. Viviamo in un’epoca molto complicata. C’è stato un bombardamento dell’esercito di Assad, e questo ravviva in te le paure e i momenti difficili che vorresti dimenticare. Ma, se fino a novembre avevamo un orizzonte molto buio, oggi molto di più, perché non sappiamo cosa sta succedendo nel paese, non sappiamo dove stiamo andando. Non sappiamo se diventeremo un paese con una Costituzione islamica che ci considera una minoranza, persone che non hanno gli stessi diritti degli altri cittadini. E’ vero che abbiamo posto fine a un regime dittatoriale, ma ci sono molte domande per le quali non abbiamo ancora una risposta.

Ma vi accorgete che qualcosa è già cambiato in queste settimane?
A livello economico, c’è stata molta apertura. La possibilità di avere, oltre alla valuta siriana, anche il dollaro, e di poter utilizzare la sterlina turca è stata ben accolta da tutta la popolazione. Ma un governo di transizione non può prendere decisioni. Ci è stato detto che sarà un governo di tre mesi, ma in realtà ci sono decisioni che sono state prese e che ci fanno intuire che il futuro è un paese islamico, con una visione islamica fondamentale.

Cos’è che ti fa capire che questo può accadere?
Ad esempio, il ministro dell’Istruzione prende la decisione di eliminare tutto ciò che riguarda il regime: parlare di Assad, parlare del partito… Siamo d’accordo. Ma poi mette una nota per cambiare le spiegazioni su certi argomenti. Ad esempio, c’è un versetto nel Corano che parla di persone che si sono perse. Quelli che credono e quelli che non credono. Fino a un mese fa, chi si perde è chi non ha fede, senza precisazione di chi sia. Il ministro dà un’unica interpretazione, dicendo che sono cristiani ed ebrei. Non so se è chiaro. Ciò significa che se sono cristiano sono una persona perduta, e solo i musulmani sono buoni. Non ha il diritto di considerarci cittadini di seconda classe, sono un governo di transizione.
E abbiamo l’esperienza della minoranza cristiana che ha vissuto a Idlib, da dove vengono quelli che oggi governano. Le donne cristiane devono indossare il velo quando escono e non possono indossare i pantaloni senza coprirli con qualcosa. Casi molto concreti. Se siamo considerati una minoranza, possiamo mettere in pratica e vivere la nostra fede, i nostri costumi, ma solo nello spazio della Chiesa, altrimenti non possiamo farlo.

Confidi in un futuro che possa favorire la minoranza cristiana?
Spero che il Medio Oriente non si svuoti un giorno di cristiani come è successo nel sud della Turchia, nel Nord Africa, dove i cristiani hanno lasciato tutto e sono scomparsi. Da bambino, quando frequentavo la scuola marista, avevo compagni di classe musulmani, avevo compagni di classe ebrei. Oggi in Siria non c’è più un solo ebreo. Spero che qualche cristiano rimanga in Siria. Se non ci renderanno partecipi del futuro della Siria, il piccolo numero di cristiani cercherà di lasciare il Paese. E non parlo solo dei cristiani, perché posso dirvi tante etnie, tanti modi di vivere che non sono tutti sunniti, non sono tutti salafiti, come quelli che sono attualmente al potere. C’è un mosaico molto grande, un mosaico culturale, un mosaico umano di persone che hanno vissuto insieme, e che potrebbero vivere, e che vogliono vivere insieme costruendo il nostro paese.


Come è cambiata la società siriana nel corso degli anni?
–È cambiato molto, in primo luogo a causa di un fattore demografico. Ci sono state molte persone che hanno lasciato il paese, ci sono molti sfollati che sono stati spostati ben 200 volte. È terribile perché devi adattarti a una nuova realtà. Ad esempio, i bambini, qual è il luogo in cui si sentono in pace, con qualità, con sicurezza, quando perdono tutto?, quando temono per la loro famiglia, per il loro padre, per la loro madre… Stavamo cercando di fornire supporto educativo a quei bambini che erano stati traumatizzati dalla guerra. È terribile. Chi ti dice che un giorno quel bambino non farà la guerra agli altri?

Devi aver visto molti di quei bambini crescere…
Abbiamo visto i bambini crescere. Venivano da una vita vissuta attraverso molta violenza e a poco a poco hanno dovuto imparare a convivere l’uno con l’altro. Abbiamo visto bambini che sono venuti e non volevano essere separati dalla loro famiglia. Avevano paura. Abbiamo visto bambini coprirsi le orecchie a qualsiasi rumore forte. Abbiamo visto bambini che avevano paura di qualsiasi gesto che potesse essere loro offerto, lo consideravano come qualcosa di orribile. A poco a poco c’è stato un lavoro psicologico, affettivo e umano per salvare quei bambini che poco alla volta sono cresciuti.
Un giorno abbiamo trovato una bambina, di quattro anni, che non parlava, non perché fosse muta, ma era completamente bloccata, chiusa. Quando abbiamo parlato con i genitori, ci hanno detto che questa bambina aveva una sorella gemella, che proprio lei ha visto morire a causa di una bomba caduta molto vicino a casa sua. La guerra non è solo un conflitto armato. La guerra è anche la distruzione della persona umana.

Insieme a Nabil Antaki, medico e fondatore dei Maristi Blu, hai scritto Lettere da Aleppo, un libro di lettere in cui parli della guerra. In che modo la corrispondenza ti ha aiutato?
–L’abbiamo iniziato nel luglio 2012. All’inizio informavamo gli amici di altre parti del mondo della nostra realtà, di ciò che stava accadendo. Ce lo hanno chiesto, ecco perché abbiamo deciso di scrivere. Scrivere è trasmettere, è permettere all’altro di capire, ma fornendo notizie autentiche, vere. Una notizia che non è solo quella di creare paure. Una notizia che racconta quello che sta succedendo e allo stesso tempo offre una possibilità di solidarietà.